MACBETH ALONE

Una produzione Teatro Comunale di Bologna
Prima rappresentazione: 10/10/2019 Teatro Comunale di Bologna

 

MUSICA Pasquale Corrado

REGIA Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi

LIBRETTO DI SCENA Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi

INTERPRETI 

Macbeth Maurizio Leoni

CORO
Valentina Coladonato
Francesca Pacileo
Gabriele Lombardi

Macbeth per noi

Macbeth per noi? Un tabù, un desiderio, una scommessa, una sfida nel tempo, una persecuzione. 15 anni di Teatrialchemici e il suo nome ha sempre aleggiato sulle nostre teste come un falcone che ci mira dall’alto non si sa se con sguardo benevolo o per farci prede. Noi siamo due, Macbeth è uno, ma anche nessuno e centomila e averci a che fare ti mette nelle condizioni inevitabili di pensare non solo al suo inventore d’oltre Manica ma anche a tutti quelli che con lui si sono cimentati, non sempre un confronto piacevole dobbiamo dire: se ne sono visti di colori, di uniformi, di pellicce, di pazzie e di foreste, persino pale di fichidindia piene di frutti spinosi sono avanzate con tanto di ruote ben visibili alla base. Dalla Scozia alla Cina passando per lo spazio, dai classici alle rivisitazioni, dai rimpasti alle riscritture: ognuno sembra avere qualcosa da rispolverare, da sovvertire, da aggiungere all’opera immortale.

Dopo avere scritto, anni fa, sulla scia della crisi economica mondiale, un moderno “Mr. Macbeth” ambientato nel mondo della finanza, commissionato da NovOpera a Verona, ma marchiato anch’esso – ahinoi! -dalla sfiga che arreca il suo nome e quindi non andato mai in scena per improvvisa, tempestiva e fortunata carenza di pecunia dei produttori, il cassetto reale e della mente è stato il posto più adatto per questo personaggio che di certo non ha sentito la mancanza di un’ulteriore messa in scena in salsa contemporanea: “Lasciatemi morire in pace, vi prego! Se la vostra idea è di farmi scopare in un Motel e di far precipitare il mio amico Banquo con la sua BMW in un burrone, chiudetemi pure qua dentro per sempre!”.

E quindi? Cosa succede quando il Comunale di Bologna e un caro amico compositore ti chiedono di riaprire quel cassetto? Puoi disturbare il can che dorme? Sarebbe stupido, meglio di no! Chi ce lo fa fare? Visti i precedenti, se quello si sveglia mica abbaia, morde! E allora? L’onta di dire di no a Bologna, che ancora non conosciamo, è poca cosa rispetto a quella di rifiutare dopo anni una collaborazione con l’amico compositore, le opere contemporanee scritte assieme sono state sempre un successo e quindi perché tirarsi indietro proprio adesso? Perché qui si parla di Lui, di un mostro sacro, di un highlander, cazzo! Della foresta di Birnam, mica di Alice nel paese delle meraviglie.

Quando Teatrialchemici affronta un nuovo progetto, non lo fa mai alla leggera, ha il difetto di metterci tutta l’anima che ha e di mettersi in discussione fino al midollo. Pertanto riaprire quel cassetto, avrebbe significato rimestare nelle nostre anime, nelle nostre coscienze, in vecchi desideri e nuovi deliri per riproporli nel massimo rispetto non di noi e della nostra vanità, ma di lui e basta. Noi non abbiamo nulla da dire in proposito, dobbiamo solo sparire, eclissarci, siamo un’ombra in cammino, dei pazzi che si pavoneggiano, le nostre paturnie non hanno nessun significato e di noi non resterà più nulla, di lui invece si continuerà a parlare, a scrivere, a discutere all’infinito.

Abbandonata per forza di cose e per amor proprio l’idea della new economy che ti strangola fino ad ucciderti, eccoci quindi a riscrivere Macbeth! Hip hip urrà! Che la forza sia con noi. E le streghe soprattutto, le invochiamo dal profondo del nostro inferno personale perché non ci resta altro che affrontare di petto questo sacrificio umano e solo Ecate può darcene la forza. Nel pentolone va messo tutto, anche i pezzi spuri che possono far partorire figli maschi che andranno a generare altri consigli, altre strade più maestre o vicoli notturni poco frequentati. “Ugo, scorriamo il testo e selezioniamo le parti salienti – mi dice Luigi – facciamo un riassunto e basta, che cosa vogliamo dire di più di quanto non abbia detto il povero William?”. Ma leggendo e rileggendo anche le parti più vetuste, quelle che tagliano tutti, insomma, anche aprendo un’edizione qualunque e puntando l’indice su una parola a caso arrivano soffi d’aria, armonie, stilettate improvvise, suoni di uccelli a riempire la campagna che c’era prima della città affollata da cui scriviamo.

Una campagna dell’anima emerge, così, dai fogli sparsi; le lingue intrecciate di traduzioni diverse sono una Babele letteraria e alchemica che ancora una volta ti mette al muro di fronte all’imponderabile irripetibile e sul frammento di mille frammenti antichi e moderni. Non l’avresti mai detto ma quanto vorresti essere inglese in questo momento e sputare su tutto e in faccia a tutti quelli che hanno adattato questo testo alla moda del proprio effimero tempo, cucendoselo volgarmente addosso: linguaggi fioriti, essenziali, poetici, attoriali, Gassman, Quasimodo, Perriera, Lombardo… Ma quanti canti di uccelli diversi si aggiungono allo stesso tempo e sfumature di notti pericolose o perigliose, di gufi incerti o mesti, pipistrelli e rondoni flebili o spenti. La natura è sempre Una ma ognuno la riferisce e ce la traduce in modo differente; gli uomini della tragedia sono sempre gli stessi buoni e cattivi ma è come se avessero tante sfaccettature quanti i secoli che hanno sul groppone; il portiere appare comico in modo bizzarro, ironico, scurrile ma i doppi sensi sembrano addirittura sparire laddove prevale un certo puritanesimo; l’Uomo ha lo spirito di un eroe medievale, si annacqua nel romanticismo fino a riacquistare ferocia nell’essere secco e asciutto e il visionario di un tempo; e la Donna appare pazza in modo differente pur essendo ogni volta la stessa, e c’è da uscirne pazzi anche noi.

Lo sguardo che ti rivolgiamo, caro Macbeth che non hai nome ma solo un cognome, quasi bastasse una parola a definirti, un suono, un “th” sibilante che diventa un ronzio di moscone come in una delle regie più riuscite degli ultimi anni, lo sguardo che ti rivolgiamo – dicevamo – non è mai puro, ma sempre filtrato, stratificato. Tu sei sempre lì al centro che giri come un carillon immortale ad offrire mutevoli parti di te. Come sei istrione, quanto godi nel prenderci in giro, mai uguale al tuo ritorno, vanifichi ogni tentativo di ritrarti e fissarti per sempre su una tela, su un foglio, su un palco, cambi abito, trucco, dizione, smorfia, attitudine, tempo, armi, lingua, logo. Sei attorniato da centinaia di persone eppure sei solo, solo al mondo con il tuo pensiero, una voglia, un neo, una vergogna, un Alone – concedeteci il gioco di parole – dapprima impercettibile che si espande a macchia di sangue fino a riempire la vasca da bagno in cui t’immergerai: Ambizione? Fame di Potere? Arroganza? Inganno? Rimorso? L’Illusione di un amare? Di condividere la propria Passione e il proprio Calvario in due, con una metà che non era nulla alla fine per te, perché ognuno sta solo sul cuor della terra.

Ciò che vorremmo sentire adesso è la voce del tuo incubo, l’essenza che abbiamo bisogno di raggiungere per renderti onore… Oh, ma effettivamente sta parlando di me! Sono anche io quest’uomo che urla al vento, vede fantasmi davanti a sé, oggetti che prendono vita, piange come un bambino, si bagna nel sangue, incide il suo epitaffio sulla tavola in cui ha banchettato. Poco male se io sono in platea mentre lui è appeso al contrario e ondula, ondula, ondula come il pendolo del tempo ciclico di cui è schiavo o si distende sopra il suo duro lapide/letto. L’importante è entrare nella sua mente e farci guidare dai suoi pensieri esplosi in quell’attimo e polverizzati: dusty death.

Ti offriamo stavolta la possibilità di cantare, di dire, di recitare, di declamare, di sussurrare a piacimento, vorremmo che ti sentissi più libero possibile nell’esprimere il tuo dolore e nel ricordare chi fosti e chi sei. Ti metteremo in mezzo a un’orchestra dove potrai muoverti come vorrai, aggirandoti come un fantasma tra la tua corte e rivolgerti al Re, alla moglie, all’amico, ai flautisti, all’assassino che non sai ancora di essere e al terrore che avrai nello scoprire chi sei, al pubblico che guarderà lo spettacolo della tua morte, trafitto da un raggio di sole che forse è solo un faro che ti abbaglia il cervello. Parole e note voleranno come gli stormi che guardavi dal tuo castello e che sembravano offrirti tristi presagi. Quegli uccelli sono adesso dentro di te, cinguettano e gracchiano nella tua mente, tutti insieme, la affollano, costringendoti a pensare non ti danno tregua e fanno riaffiorare i ricordi nell’attimo esatto in cui sparisti ma non per sempre: quando fingevi che non saresti tornato e che un domani non ci sarebbe più stato.

Ridurre all’essenza il tuo cammino in uno spazio atemporale e condannarti a rivivere costantemente il concerto della tua vita nel gioco istrionico di un cantante folle e Maurizio e in uno scontro musicale lucido e oPaco è come il divertimento di salire su una giostra ignota e fare sempre e comunque di necessità virtù. È teatro! È teatro!

E ci sentiamo ancora fortunati mentre uomini muoiono in mare a poterti dare voce senza sentirci ridicoli, a trarre beneficio da un gioco di una sera e basta, seppur limitati dal tempo, dal denaro, dalla pubblica ottusità. Un giorno la storia di Macbeth fu il presente, lo è stato una sera almeno, quella del debutto a Londra nel 1605. Ora può essere un’operazione masturbatoria e museale o può godere di un nuovo presente in qualche modo, basta essere umilmente al servizio e mettersi in comunicazione col senso che ci ha spinti quassù.

Lui ci potrà guardare con disprezzo, snobbandoci o accompagnarci con favore dall’alba di questo viaggio che sarà subito sera.

Foto


Photo by Diego Brizzi

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